Domenica 26 Mag 2013
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Omofobia PDF Stampa E-mail
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Il termine omofobia si riferisce genericamente all’ostilità nei confronti dell’omosessualità e nasce originariamente in una prospettiva clinica, anche se si è diffuso nell’arena politica e sociale : "omo" è qui usato in riferimento ad omosessuale e “omofobia” è un neologismo coniato dallo psicologo clinico George Weinberg nel 1971. In alternativa è stato proposto recentemente il concetto di stigma sessuale.

L'accezione psicopatologica considera l'omofobia come una fobia, cioè una irrazionale e persistente paura e repulsione nei confronti delle persone omosessuali che compromette il funzionamento psicologico della persona che ne presenta i sintomi. Tale valutazione diagnostica includerebbe quindi l'omofobia all'interno della categoria diagnostica dei disturbi d'ansia e rientrerebbe all'interno dell'etichetta di fobia specifica. Da questo punto di vista, l'omofobia come fobia specifica non è frutto di un consapevole pregiudizio negativo nei confronti dell'omosessualità quanto piuttosto di una dinamica irrazionale legata ai vissuti personali del soggetto. Quest'accezione, per quanto più attinente alla radice etimologica del termine, ad oggi non è sostenuta da una letteratura sufficiente da farla inserire nei principali manuali psicodiagnostica.

L’uso più generico del termine omofobia, invece, fa riferimento ad essa come atteggiamento pregiudiziale o come atteggiamento apertamente discriminatorio. Nel primo caso l’omofobia include qualsiasi giudizio negativo nei confronti dell'omosessualità. In questa definizione vengono considerate manifestazioni di omofobia anche la convinzione che l'omosessualità sia patologica, immorale, contronatura, socialmente pericolosa, invalidante o la non condivisione dei comportamenti delle persone omosessuali e delle rivendicazioni sociali e giuridiche delle persone omosessuali. In questa accezione il termine richiama quello di pregiudizio sessuale proposto da Gregory Herek, mentre non vi rientra la conversione in agito violento o persecutorio nei confronti delle persone omosessuali.

Nel secondo caso invece il termine include tutti quei comportamenti riconducibili al sessismo che ledono i diritti e la dignità delle persone omosessuali sulla base del loro orientamento sessuale. Rientrano in questa definizione le discriminazioni sul posto di lavoro, nelle istituzioni, nella cultura, gli atti di violenza fisica e psicologica (percosse, insulti, maltrattamenti). In questa ultima accezione rientrano l’eterosessismo più generale della società (stigma strutturale) e l’attuazione concreta (stigma attuato) di sentimenti discriminatori sul piano individuale e interpersonale.

Gli studi hanno ormai dimostrato che l’omofobia in senso clinico o come pregiudizio sessuale è correlata tendenzialmente sia ad aspetti più psicologici personali, sia a insiemi di credenze individuali. Da una parte si tratta spesso di personalità autoritarie, rigide e insicure che si sentono in generale minacciate dal “diverso” (anche non omosessuale), e talvolta anche da persone in lotta con una forte omosessualità latente/repressa o insicure rispetto alla propria identità di genere. Dall’altra parte alti livelli di omofobia sono correlati spesso ad atteggiamenti e credenze maschiliste o sessiste, a forti sentimenti religiosi tradizionalisti o a ideologie politiche conservatrici.


 

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