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Pubblicati i risultati della Ricerca SIALON PDF Stampa E-mail
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Venerdì 04 Giugno 2010 20:12

Si è conclusa in aprile, con una conferenza al Parlamento Europeo, la ricerca europea “SIALON” coordinata dal Programma Promozione Salute della Regione Veneto e condotta in sette città europee, tra cui Verona con la partnership di Arcigay.

 

Lo studio aveva lo scopo di capire quanto fossero diffuse HIV e sifilide tra gli uomini omo-bisessuali e di raccogliere dati sui comportamenti a rischio utilizzando indicatori standard a livello internazionale con un metodo di campionamento casuale considerato statisticamente rappresentativo della popolazione che frequenta la scena gay, per poi migliorare la capacità di monitorare la situazione e di definire adeguate strategie di prevenzione. A Verona sono stati raccolti 405 campioni di saliva nei luoghi di incontro gay (discoteche, bar, saune, battuage), e altrettanti questionari: tutto si è svolto garantendo l’anonimato delle persone, ma assicurando nel contempo la possibilità di collegare i risultati dei test per l’HIV e la sifilide sui campioni di saliva alle risposte fornite nei questionari. Associato a questo studio, inoltre, ne è stato condotto anche uno più “qualitativo” con interviste in profondità a venti uomini e ragazzi sui comportamenti a rischio e l’accesso ai servizi sanitari.

Per quanto riguarda le infezioni di HIV trovate con le analisi sui campioni di fluido orale, Verona è risultata inferiore solo a Barcellona: nella città scaligera, infatti, l’11.8% delle persone casualmente contattate sono risultate sieropositive, mentre nella città spagnola si conferma un trend già rilevato negli ultimi anni con percentuali di infezione oscillanti attorno al 17/18%. I risultati delle altre città (Bucarest, Bratislava, Praga, Lubiana), invece, sono tutti al di sotto del 6%.

Rimanendo sul solo dato veronese, il 57.1% delle persone risultate sieropositive al test su saliva non erano consapevoli del proprio stato sierologico, ovvero hanno dichiarato di non aver mai fatto un test HIV (4.8%) o di essere risultate sieronegative all’ultimo test (52.4%). Si conferma dunque la drammaticità del fenomeno delle diagnosi tardive, nonostante la popolazione omo-bisessuale maschile sia probabilmente, rispetto a quella eterosessuale, maggiormente abituata a considerare importante farsi il test HIV ogni tanto (il 53% infatti dichiara di averlo fatto nell’ultimo anno).

Spicca poi la differenza tra i più giovani e i più adulti rispetto alla prevenzione. Gli under 25 hanno fatto un test in misura minore nell’ultimo anno (34.4%) e sono anche stati meno raggiunti da programmi di prevenzione (57.4%) in confronto ai più adulti. Sempre i più giovani sono risultati anche più vulnerabili in termini di pratiche a rischio: solo il 25.9% ha usato il preservativo nell’ultimo rapporto anale degli ultimi sei mesi (contro il 50.2% dei maggiori di 25 anni), mentre anche il rapporto orale ricettivo con eiaculazione in bocca è risultato essere più frequente tra questi rispetto agli over 25 (il 27.3% contro il 14.6%).

Prevedibilmente le pratiche più a rischio (sesso anale o sesso orale ricettivo con eiaculazione in bocca) sono risultate in generale più contenute con i partner occasionali, rispetto ai partner fissi: con i partner occasionali il 33% ha avuto rapporti anali non protetti negli ultimi sei mesi e solo il 16.3% si è fatto eiaculare in bocca, mentre entrambe le percentuali aumentano notevolmente con i partner fissi (rispettivamente il 58.1% e il 43.3%).

Per quanto riguarda alcuni dei fattori di rischio presi in considerazione, è emersa l’associazione tra l’uso di alcool o droghe durante il sesso (in particolare hashish, cocaina ed ecstasy) e la tendenza a proteggersi di meno nei rapporti anali, così come quella tra lo stato di sieropositività e la presenza pregressa o attuale di altre malattie sessualmente trasmissibili come in particolare la sifilide, confermando così la tendenza di quest’ultima ad aumentare il rischio di trasmissione dell’HIV.

Infine, due note dolenti che allontanano il contesto italiano da quello spagnolo e lo rendono più simile ad alcune situazioni più tipiche invece dei paesi dell’est europeo. Da una parte, infatti, meno della metà delle persone ha ricevuto preservativi tramite programmi di prevenzione, e tanto meno li ha ricevuti dai servizi sanitari (in questo caso, poco più del 5%), confermando che tutto il lavoro di prevenzione è di fatto a carico delle sole associazioni lgbt o dei circoli ricreativi.

Dall’altra parte, infine, spicca il dato dell’omofobia percepita rispetto al contesto religioso (88%), politico (65.6%) e sociale (52.8%), mentre più di uno su tre ritiene che la propria famiglia di origine o il proprio ambiente lavorativo o scolastico abbiano atteggiamenti negativi nei confronti delle persone omo-bisessuali: si tratta di un dato su cui riflettere anche alla luce dei risultati dello studio qualitativo, che mostrano come sia l’omofobia percepita sia lo stigma nei confronti delle persone sieropositive siano fonti di paura, ansia e rifiuto tali da spingere molti omo-bisessuali a non comunicare con quei servizi che potrebbero invece fornire le risposte più specifiche in termini di prevenzione HIV.

I risultati della ricerca, pur limitati in Italia ad una città di piccole-medie dimensioni come Verona, hanno provato come l’HIV nella popolazione omo-bisessuale maschile sia una realtà pesante di fronte a cui, allo stato attuale, troppo poca è l’attenzione e ancor meno sono le azioni di prevenzione messe in campo dallo Stato o dalla stessa comunità gay. Molto resta ancora da fare.

 

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